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L’Oriente ci insegna a stare nel qui ed ora. Dirigere l’attenzione attraverso la Mindfulness

Mindfulness.

Una traduzione che possa aderire all’essenza del significato è possibile?

“La conoscenza può essere comunicata, ma non la saggezza. Uno può trovare la saggezza, venirne fortificato, fare meraviglie tramite questa, ma non può essere comunicata ed insegnata”, è ciò che avviene per la Mindfulness che potrebbe essere identificata come “…consapevolezza che emerge attraverso il prestare attenzione allo svolgersi dell’esperienza momento per momento: a) con intenzione b) nel presente c) in modo non giudicante”

Tra gli autori dei due commenti vi sono quasi duemicinquecento anni di differenza.

La prima sentenza  è attribuita al Buddha, mistico del 500 a.C., la seconda a Jon Kabat-Zinn, biologo contemporaneo, che agli insegnamenti del Buddha si ispirò per formalizzare il protocollo Mindfulness Based Stress Reduction (MBSR), da cui deriverà in seguito la Mindfulness Based Cognitive Therapy (MBCT), che con il Cognitivismo condivide l’attenzione per la relazione pensieri/emozioni.

La Mindfulness non è astrazione dal mondo, non è uno stato di trance o un mondo per fuggire da tutto ciò che mi procura dolore, piuttosto “una modalità dell’essere, non orientata a scopi, il cui focus è il permettere al presente di essere com’è e di permettere a noi di essere, semplicemente, in questo presente”.

La radice semantica più correttamente associabile al termine Mindfulness è il termine sanscrito Sati, stato di profonda consapevolezza e percezione del presente, condizioni al cui raggiungimento si dedicarono tradizioni culturali e religiose che si perdono nella notte dei tempi, dal Buddhismo al Confucianesimo.

L’attuale successo che la Mindfulness sta riscuotendo in tutto il Mondo lo si deve all’intuizione e creatività del suo fondatore, esperto conoscitore di pratica meditativa, che adattò alla cultura occidentale inserendola in contesti tanto particolari quali quelli ospedalieri per renderla accessibile a individui che vivevano situazioni di particolare stress, privandola di connotazioni religiose o morali.

Proprio in virtù della sua nuova valenza di pratica scientifica e dei risultati terapeutici che le si attribuiscono, la Mindfulness ha polarizzato sempre più l’attenzione delle Neuroscienze che, studiandone gli effetti su varie aree cerebrali  hanno constatato come favorisca cambiamenti funzionali nel cervello grazie alla neuro plasticità, capacità dell’encefalo di auto modificarsi

Ad oggi le applicazioni della Mindfulness si estendono a molteplici ambiti, tra cui quello medico e psicoterapeutico, dove evidente è la sintonia con le terapie Cognitive: l’obiettivo è ancora “aiutare gli individui a realizzare una trasformazione radicale nella loro relazione con i pensieri, con le emozioni e con le sensazioni fisiche che possono contribuire alle ricadute depressive”.

 “La consapevolezza dell’esperienza che facciamo momento per momento ci dà la possibilità di sentire e accettare direttamente la nostra esperienza mentale. Questo stato di consapevolezza può coinvolgere in uno stato integrato tra varie regioni del cervello, incluse aree importanti della corteccia e le aree subcorticali del sistema limbico e del tronco encefalico. L’integrazione neurale, in parte condotta da queste regioni frontali, può essere essenziale per creare un equilibrio basato sull’autoregolazione. […] Questi percorsi di integrazione possono giocare un ruolo cruciale per il benessere.” (D. J. Siegel, 2009).

A conferma, si è monitorata l’attivazione delle aree frontali, preposte all’attenzione potendone constatare un aumento di spessore in relazione agli anni di attività di Mindfulness.

La Scienza conferma quella che è sempre stata solo un’intuizione: essere qui, adesso, nel mio presente mi dona pace, mi ricorda che i pensieri sono solo i miei pensieri, io non sono i  miei pensieri e un ‘alternativa al dolore esiste.